APPROCCIO DELLA NOSTRA IDENTITA’

All’inizio del Risveglio spirituale, impariamo a percepire il silenzio presente dietro tutto ciò che si muove, all’esterno e all’interno dell’uomo.

Cominciamo per pensare al silenzio eternamente presente e il pensiero di questo silenzio che è una evocazione ci avvia verso la sensazione interiore del silenzio.

Facciamo allora l’esperienza interiore del silenzio dell’Essere.

Un primo passo è quindi compiuto, dalla credenza siamo passati al sapere. D’ora in poi, impossibile dubitare, sappiamo che l’Essere atemporale e silenzioso esiste. Lo sappiamo perché abbiamo l’esperienza della sua presenza. Possiamo dimenticare questa presenza, lasciandoci riassorbire dai dinamismi dell’esistenza, ma nulla può toglierci questa conoscenza.  

Tuttavia, esiste una forma più alta di sapere alla quale dobbiamo accedere.

In questa forma di sapere, non si tratta più soltanto di percepire il silenzio dell’Essere, bisogna comprendere, attraverso l’esperienza intuitiva, che noi siamo il silenzio dell’Essere.

Così come per la percezione del silenzio, il pensiero può essere il veicolo che ci conduce verso l’esperienza.

Cominciamo per pensare: “io sono il silenzio eterno ed infinito dell’Essere”. Questa concettualizzazione intensa e la comprensione profonda di questa identificazione ci porta ad assaporare il gusto interno del suo contenuto. Viviamo interiormente questa verità, ne facciamo l’esperienza.

E come si manifesta questa esperienza?

Comincia con una presa di consapevolezza molto semplice: realizzo, con tutte le conseguenze che ne derivano, la seguente evidenza:

-         Percepisco le forme e i colori,

-         Percepisco i suoni,

-         Percepisco le sensazioni corporali,

-         Percepisco i pensieri e i sentimenti.

Così, essendo attento a tutto il percepito, capisco, a rigore di logica, ciò che è irrefutabile; e cioè che sono colui che percepisce quest’insieme di cose e che non sono nessuna di quelle cose percepite. Sono il soggetto che osserva e non ciò che costituisce l’oggetto del mio osservare.

Questa evidenza scende progressivamente in me e comincia ad impregnarmi. Tutte le conseguenze di questa evidenza sono gradualmente approfondite dalla mia percezione interiore.

Tale è la forma superiore del Risveglio.

Comprendo che non sono un uomo. So allora che non sono mai nato e che non ho nessuna probabilità di morire.

Capisco che non ho nessun legame con questo mondo che non è altro che lo spettacolo contemplato dalla mia coscienza.

Sono l’eterno silenzio contemplatore dell’Essere.

Sono questo vuoto senza fondo fuori dal tempo e dello spazio.

Sono questo ineffabile indescrivibile che dimora nella sua immutabilità.

Sono questa somma incommensurabile di quiete immobile che nulla può raggiungere.

Io sono QUELLO che, in questo stesso istante, percepisce l’uomo e il mondo che lo circonda.

Dichiarare “io non sono un uomo” stupisce un gran numero di profani. Non è forse un uomo che lo afferma, chiedono? Certamente, è un uomo che lo dice ma facendolo, l’uomo, questo strumento, parla a nome della Coscienza silenziosa ed osservatrice. Ma questa coscienza non è la coscienza di un uomo, così come lo vorrebbero i materialisti. Questa Coscienza, così come lo dimostrano la riflessione e l’esperienza, è ciò che percepisce l’uomo. Attribuire all’uomo questa Coscienza è l’errore di fondo che costituisce il peccato originale commesso da ogni individuo nelle prime fasi della sua vita.

Percepisco un insieme di cose, alcune esterne all’uomo, altre interne a lui. E in seno a queste percezioni, il pensiero dell’io si definisce nella mente.

Conoscersi, in senso profano, vuol dire questo: percepire il pensiero dell’io.

Ma se analizziamo le cose, ci accorgiamo che questo pensiero dell’io non poggia su nessuna realtà. È un semplice concetto posto in modo arbitrario su un mondo di fantasmi.

In effetti, nella totalità di ciò che viene percepito, dove posso situare il mio “io”?

Il profano si crede un corpo o una psiche.

Se si crede un corpo, dove si trova il suo “io”? Nella sua mano, il suo piede, i suoi organi genitali, il suo cervello? Dopo attenta riflessione, nessuna parte del corpo può essere indicata come il proprio “io”. Si può amputare il corpo di questa o quella parte, ma la persona fisica continua ad esistere. Se lo si amputa di una parte vitale, il corpo cessa di vivere ma non di esistere. Di conseguenza, nessuna parte specifica del corpo può essere designata come sede dell’io.

L’io è forse la totalità del corpo?

Impossibile, perché questa totalità è in perpetuo cambiamento e rinnovamento. Non c’è nulla di duraturo in questo corpo. L’unica cosa che si protrae nel tempo di una vita è la percezione del corpo. Ciò che è permanente, è ciò che percepisce il corpo, mentre gli elementi che compongono la totalità del corpo sono impermanenti. La permanenza dell’io non può dunque essere situata nel corpo nel suo insieme ma in ciò che lo percepisce.

Se il profano si crede una psiche, chiediamogli in quale sentimento o in quale pensiero specifico colloca il suo “io”?

Gli sarà impossibile rispondere perché i pensieri e i sentimenti sono evanescenti. Così come per il corpo, ma con ancora più evidenza, non c’è posto nell’insieme della psiche o in ciascuno dei suoi componenti, dove porre la sede dell’io. Una cosa sola è permanente: ciò che percepisce i contenuti della psiche.

Il senso dell’io proiettato sul corpo o sulla psiche non è che una semplice idea, un’idea sbagliata.

Non c’è “io” nel corpo.

Non c’è “io” nella psiche.

Corpo e psiche costituiscono diverse categorie di percezioni impermanenti.

Io sono colui che percepisce, e colui che percepisce era ingannato da una delle sue percezioni. Era vittima della percezione del pensiero identificatore che gli fa dire “io sono questo” quando il corpo o i contenuti della psiche sono percepiti.

Avendo compreso l’illusione dell’io identificato all’uomo, vi pongo fine.

Cos’è che percepisce il corpo e la psiche?

Non è un corpo che percepisce questo corpo, non è un pensiero che percepisce i pensieri. È una coscienza corporale che percepisce questo corpo, una coscienza mentale che percepisce i pensieri.

Ogni cosa viene percepita grazie all’esistenza della coscienza.

Tuttavia, la coscienza delle percezioni è impermanente perché la coscienza delle percezioni è la coscienza  non dissociata, una coscienza legata e limitata dalla percezione di questo o quello.

Così, la coscienza del corpo è generata dalla percezione del corpo. La coscienza del mentale è generata dalle percezioni psichiche. La coscienza umana nel suo insieme è generata dalla somma delle percezioni interne ed esterne dell’uomo.

Sono la coscienza umana?

No, perché la coscienza umana è impermanente. Essa si interrompe negli stati di coma, di trance e di sonno profondo.

Chi sono io?

Sono la Coscienza in sé.

La Coscienza dell’Essere puro, e non la coscienza di questo o quello essere particolare. La Coscienza dell’Essere non manifesto, nella sua vacuità informale, indipendente da tutte le percezioni sonore, visive, gustative, olfattive, tattili o mentali. La mia coscienza non è legata ne stimolata da nessuna percezione, perché io non sono la coscienza di questo o quello. Non sono la coscienza di un uomo o di una psiche.

La mia essenza è Coscienza, soltanto pura Coscienza.

Tuttavia, è la mia Coscienza che coglie tutte le categorie di percezioni così come l’assenza di percezioni.

Sono il testimone che percepisce l’assenza di sonno profondo e del coma.

Sono il testimone dello stato di sogno e dello stato di veglia.

Sono ciò che perdura e che contempla tutte le percezioni e tutte le assenze di percezioni.

Deve necessariamente esserci un fattore comune che collega gli stati di sonno profondo, di sogno e di veglia. Io sono questo fattore comune.

Sono ciò che non percepisce nello stato di sonno profondo.

Sono ciò che percepisce nello stato di sogno.

Sono ciò che percepisce nello stato di veglia.

Sono il silenzio del fatto di Essere, questo silenzio senza fondo, infinito ed indescrivibile che percepisce o non percepisce ma che rimane immutato.

La nascita, la morte, la vita post-mortem, tutto questo non mi tocca:

Non sono legato a nessun presente, passato o futuro.

Sono il testimone di tutte le categorie di percezioni.

Sono ciò che percepisce la fine delle percezioni, ciò che percepisce l’oblio delle percezioni, ciò che percepisce il ricominciare delle percezioni.

Non ho né vita, né morte, né esistenza post-mortem, né reincarnazione, né trasmigrazione, né destino, né karma.

Non sono legato alle condizioni esistenziali, né al tempo, né allo spazio.

Sono l’eternità immutabile che percepisce la fantasmagoria delle diverse condizioni di esistenza.

Non ho bisogno di nulla.

Non faccio nulla.

Non partecipo a nulla.

Non possiedo nulla.

Non perdo nulla.

Sono ciò che è e ciò che rimane, spogliato di tutto, colmo di silenzio e di felicità. Completo, perfetto, senza qualità e senza difetti, senza attributi né caratteristiche.

Sono ciò che è dietro tutto ciò che è percepito.